I bambini zucca

Fiabe della Tanzania

In cui una mamma fortunata scopre che tutti i bambini hanno un cuore – anche quelli zucca.

Un tempo c’era una donna di nome Shindo che viveva in un villaggio ai piedi di una montagna innevata. 

Suo marito non c’era più e non aveva figli – e si sentiva molto sola. In più, era sempre molto stanca perché non aveva nessuno che la aiutasse con le faccende.

Da sola, puliva la capanna e il cortile, si prendeva cura delle galline, lavava i vestiti nel fiume, portava l’acqua, tagliava la legna e cucinava i suoi pasti solitari. Alla fine di ogni giornata, Shindo guardava la vetta innevata. 

«Grande spirito della montagna!» pregava. «Il mio lavoro è troppo duro. Mandami un aiuto!».

Un giorno Shindo stava diserbando il suo piccolo campo vicino al fiume, dove coltivava ortaggi, banane e zucche, quando all’improvviso accanto a lei apparve un nobile capotribù. 

«Sono un messaggero del Grande Spirito della Montagna» disse alla donna sbalordita, e le porse dei semi di zucca. «Piantali con cura. Sono la risposta alle tue preghiere». 
Poi il capo scomparve. Shindo si chiese: «Che aiuto potrei ottenere da una manciata di semi?». Tuttavia, li piantò e li curò con il massimo impegno possibile. Era stupita di quanto velocemente crescessero. In appena una settimana, lunghe viti si trascinarono sul terreno e comparvero man mano delle zucche mature. Shindo portò a casa le zucche, ne tagliò le cime e ne raccolse la polpa. Poi mise le zucche ad asciugare sulle travi della sua capanna. Una volta indurite, avrebbe potuto venderle al mercato come zucche a fiasco, da trasformare in ciotole e brocche. Shindo però appoggiò anche una bella zucca accanto al fuoco della cucina: quella voleva usarla lei stessa e sperava così di farla asciugare più velocemente. 
La mattina dopo, Shindo uscì di nuovo per occuparsi del suo campo. Ma intanto, dentro la capanna, le zucche avevano iniziato a trasformarsi. Spuntarono delle teste, poi delle braccia, poi delle gambe. In un battibaleno non erano più zucche, ma bambini!

Uno dei bambini giaceva accanto al fuoco, dove Shindo aveva messo la bella zucca. Gli altri bambini lo chiamavano dalle travi. 


«Ki-te-te, vieni ad aiutarci! 
Lavoreremo per nostra madre. 
Vieni ad aiutarci, Ki-te-te,
nostro fratello preferito!». 


Kitete aiutò i suoi fratelli e sorelle a scendere dalle travi. Poi i bambini corsero attraverso la capanna e il cortile, cantando e giocando. Tutti partecipavano, tranne Kitete.  L’essiccazione accanto al fuoco aveva reso il ragazzo ottuso e rimase lì seduto, con un ampio sorriso.
Dopo un po’ gli altri bambini iniziarono le faccende. Pulirono velocemente la capanna e il cortile, nutrirono le galline, lavarono i panni, portarono l’acqua, tagliarono la legna da ardere e cucinarono un pasto che Shindo avrebbe potuto mangiare al suo ritorno. Quando ebbero finito tutti i lavori, Kitete aiutò gli altri a risalire sulle travi, dove si trasformarono di nuovo in zucche. 
Quel pomeriggio, mentre Shindo tornava a casa, le altre donne del villaggio la chiamarono. 

«Chi erano quei bambini nel tuo cortile oggi?» chiesero. «Da dove provengono? Perché stavano facendo le tue faccende?».
«Quali bambini? Mi prendete tutte in giro?» disse Shindo con rabbia. Ma quando raggiunse la sua capanna, rimase sbalordita. Il lavoro era finito e anche il suo pasto era pronto! Non riusciva proprio a immaginare chi avesse potuto aiutarla. La stessa cosa successe il giorno successivo. Non appena Shindo uscì di casa, le zucche si trasformarono in bambini e quelli sulle travi gridarono: 


«Ki-te-te, vieni ad aiutarci! 
Lavoreremo per nostra madre. 
Vieni ad aiutarci, Ki-te-te, 
nostro fratello preferito!». 


Quindi giocarono per un po’, fecero tutte le faccende, risalirono sulle travi e si trasformarono di nuovo in zucche. Ancora una volta, Shindo fu stupita di vedere il lavoro svolto, ma questa volta decise di scoprire chi fossero i suoi aiutanti. 
La mattina dopo,Shindo finse di andarsene, ma si nascose accanto alla porta della capanna e sbirciò dentro. E così vide le zucche trasformarsi in bambini, e sentì quelle sulle travi gridare: 


«Ki-te-te, vieni ad aiutarci! 
Lavoreremo per nostra madre. 
Vieni ad aiutarci, Ki-te-te, 
nostro fratello preferito!». 


Quando i bambini si precipitarono fuori dalla porta, quasi si imbatterono in Shindo, che troppo sbalordita per parlare – e lo erano anche i bambini. Ma dopo un momento ricominciarono a giocare, e poi a fare le faccende. Quando ebbero finito, iniziarono a risalire sulle travi. 

«No, no!» gridò Shindo. «Non dovete trasformarvi di nuovo in zucche! Sarete i bambini che non ho mai avuto, e vi amerò e mi prenderò cura di voi». 

Così Shindo tenne i bambini come suoi; finalmente non era più sola. E i bambini erano così d’aiuto che presto divenne ricca, con molti campi di ortaggi e banane e greggi di pecore e capre. In realtà erano tutti d’aiuto tranne Kitete, che rimase accanto al fuoco con il suo sorriso ottuso. Il più delle volte a Shindo non importava. In effetti, Kitete era il suo preferito, perché era un bambino molto dolce. Ma a volte, quando era stanca o infelice per qualcos’altro, si arrabbiava con lui. «Bambino inutile!» diceva. «Perché non puoi essere intelligente come i tuoi fratelli e sorelle e lavorare sodo come loro?». Kitete in risposta si limitava a sorriderle. 
Un giorno Shindo si trovava in cortile a tagliare le verdure per uno stufato e mentre portava la pentola dalla luce accecante del sole dentro la capanna buia inciampò su Kitete. Cadde, e il vaso di terracotta andò in frantumi: verdure e acqua scorrevano ovunque. 

«Stupido ragazzo!» urlò Shindo. «Non ti ho detto di stare alla larga? Ma cosa posso aspettarmi? Non sei affatto un vero bambino. Non sei altro che una zucca!». Un attimo dopo, gridò: Kitete non c’era più e al suo posto c’era una zucca. 

«Cosa ho fatto?» gridò Shindo, mentre i bambini si accalcavano nella capanna. «Non dicevo sul serio! Non sei una zucca, sei il mio caro figlio. Oh, bambini, per favore fate qualcosa!». I bambini si guardarono tra di loro e poi si arrampicarono l’uno sull’altro per raggiungere le travi. Quando Shindo ebbe aiutato a salire anche l’ultimo bambino, chiamarono un’ultima volta: 


«Ki-te-te, vieni ad aiutarci! 
Lavoreremo per nostra madre. 
Vieni ad aiutarci, Ki-te-te, 
nostro fratello preferito!». 

Per un lungo momento non accadde nulla. Poi, lentamente, la zucca iniziò a cambiare. Spuntò una testa, poi le braccia, poi le gambe, finché non fu più una zucca: era Kitete! 

Shindo aveva imparato la lezione. Da allora fu molto attenta a come chiamava i suoi figli, e questi le diedero conforto e felicità per tutto il resto dei suoi giorni.

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