I dodici mesi

Fiaba boema

In cui una ragazza benvoluta dal bosco conquista dodici amici e il più bel giardino del mondo.

C’era una volta, in un minuscolo villaggio della Boemia, una donna avara e cattiva che viveva con la figlia e la figliastra. 

Voleva bene alla figlia mentre non era mai contenta della figliastra: qualunque cosa facesse non le andava mai bene. La figlia poltriva a letto per intere giornate mangiando pan pepato, mentre la figliastra non si sedeva nemmeno fino a sera: portava l’acqua, raccoglieva la legna nel bosco, lavava la biancheria nel ruscello, toglieva le erbacce dall’orto. La ragazza conosceva bene il gelo invernale e l’arsura estiva e il vento primaverile e la pioggia autunnale. 

Era un giorno di gennaio di pieno inverno. Non si riusciva a uscire di casa senza spalare la neve e nel bosco, sulla montagna, gli alberi erano appesantiti da così tanta neve che nemmeno ondeggiavano al vento. Gli abitanti del villaggio se ne stavano rintanati in casa e tenevano accese le stufe. 

Verso sera, la malvagia matrigna socchiuse l’uscio, dette un’occhiata alla tempesta di neve che imperversava, poi se ne tornò davanti al tepore della stufa e disse alla figliastra: «Vai nel bosco e cogli dei bucaneve. Domani è l’onomastico della tua sorellina».

La ragazza sperò che la matrigna stesse scherzando.

«Non é possibile andare ora nel bosco! Inoltre sicuramente non ci saranno i bucaneve, non sbocceranno prima di marzo. Rischierei di perdermi, o di restare sotterrata dalla neve».


E la sorella rispose: «Se ti perderai, nessuno si metterà a piangere per te! Vai e non ritornare senza i fiori! Eccoti il cestino». 

La ragazza, con le lacrime che le rigavano le guance, si imbacuccò in uno scialle cencioso e uscì dalla porta. Il vento le riempì gli occhi di neve e le strappò di dosso lo scialle; riuscì a malapena a sollevare le gambe dai cumuli di neve. Inoltre, si stava facendo sempre più buio. Il cielo era nero e non c’era nemmeno una stella in cielo, solo un po’ di chiarore riflesso dalla neve. Il bosco era così scuro da non riuscire a vedersi le mani; la ragazza si sedette su un albero abbattuto, pensando che non aveva speranze.

Ma all’improvviso, in lontananza tra gli alberi, le sembrò di scorgere un luccichio, una fiammella, come una stella confusa tra i rami. La ragazza allora si alzò e si diresse verso la fiammella. «Speriamo che quella fiammella non si spenga» pensò. Ma non si spense, anzi; prese ad ardere con sempre più forza.  

La ragazza allungò il passo e giunse a una radura, illuminata a giorno. Vi ardeva un grande falò, così alto da arrivare quasi al cielo. Alcune persone stavano attorno al fuoco, chi più vicino, chi più lontano. Stavano seduti e conversavano sommessamente. La ragazza li guardò e pensò: «Chi sono? Non somigliano a cacciatori e ancora meno a taglialegna. E poi, che abiti! Dorati, argentati, di velluto verde!». 

Li contò, erano dodici: tre vecchi, tre un poco più giovani, tre ragazzi e gli ultimi tre ancora bambini. I giovani sedevano più vicini al fuoco, mentre i più anziani un po’ più lontano. All’improvviso uno dei vecchi si voltò: era il più alto, con barba e sopracciglia folte. Guardò verso la ragazza, che si spaventò, ma prima che potesse fuggire, l’anziano dalla folta barba tuonò: «Da dove sei venuta e cosa cerchi?». 

La ragazza mostrò il cestino vuoto e disse: «Devo riempire il mio cestino di bucaneve». 

Il vecchio cominciò a ridere: «Bucaneve a gennaio? Ma cosa ti viene in mente!».

«Non è una mia idea» rispose la ragazza. «La mia matrigna mi ha mandata a cercare dei bucaneve, ordinandomi di non tornare a casa senza averne riempito il cestino».

A questo punto tutti i dodici la guardarono e cominciarono a parlottare tra loro. La ragazza cercò di capire cosa stessero dicendo, ma invece di sentire delle parole percepì come un frusciare di foglie. All’improvviso si zittirono. 

Il vecchio di prima chiese: «Che cosa farai dunque se non troverai i bucaneve? Prima di marzo non se ne vedranno in giro».
 

«Rimarrò nel bosco» disse la ragazza. «Aspetterò marzo. Meglio morire di freddo qui, piuttosto che tornare a casa senza bucaneve». Detto questo scoppiò a piangere. All’improvviso uno dei dodici, più giovane e allegro, si alzò e si avvicinò al vecchio: «Fratello Gennaio, lasciami il tuo posto per un’ora!». 

Il vecchio si lisciò la sua folta barba e disse: «Ti lascerei volentieri il mio posto, ma non si è mai sentito che marzo arrivasse prima di febbraio».

«Bene» brontolò un altro vecchio, con i capelli e la barba arruffati. «Lasciaglielo il posto, io non ho niente da ridire! Conosciamo bene questa ragazza: la troviamo sempre nel bosco a tagliare la legna o a raccogliere l’acqua, lei appartiene a tutti i mesi, dobbiamo aiutarla!».

«E sia, come volete» disse Gennaio.

Battendo sul terreno col suo bastone di ghiaccio disse:

Non scricchiolare, o gelo, 
Nella sperduta foresta,
La corteccia non rosicchiare, alla betulla e al pino! 
O cornacchie, 
Più non gelerete, 
Umane case, 
Vi riscalderete! 

Nel bosco cadde il silenzio. Gli alberi cessano di crepitare per il gelo e la neve cominciò a cadere a grandi e soffici fiocchi. 

«Ecco, ora tocca a te, fratellino» disse Gennaio e cedette il bastone al fratello più piccolo, Febbraio, che cominciò a batterlo, scuotendo la barba e facendo risuonare la voce: 

Venti, tempeste, uragani,

Soffiate finché potete!

Turbini, tormente, bufere

Nella notte sorgete!

Nelle nubi forte echeggiate, 
Sulla terra serpeggiate.

Che la tormenta corra sul campo 
Come un serpente bianco! 

Appena dette queste parole, il vento umido della tormenta cominciò a scuotere rumorosamente i rami. I fiocchi di neve cominciarono a girare e a precipitare a terra in bianchi vortici. Febbraio cedette così il suo bastone di ghiaccio al fratello più piccolo e disse: «Adesso è il tuo turno, Marzo». 

Il fratellino prese il bastone e cominciò a colpire il terreno. La ragazza guardò il bastone, che ora era ricoperto da gemme.

Marzo ridacchiò e prese a cantare sonoramente con la sua voce giovanile: 

Ruscelli, disperdetevi, 
Pozzanghere, spargetevi, 
Spuntate erbe del prato,
Il gelo invernale è passato! 
Penetra l’orso 
Tra frasche boschive. 
Cantano gli uccelli, 
Fiorisce il bucaneve 

La ragazza batté le mani per lo stupore. Dove erano finiti i cumuli di neve? E dove i ghiaccioli che fino a qualche momento prima pendevano da ogni ramo? Sotto i suoi piedi ora c’era un tenero terriccio primaverile. Le gemme sui rami crescevano e cominciavano già a spuntare le prime foglioline verdi. La ragazza era immobile dallo stupore.

«Che fai lì impalata?» le disse Marzo. «Svelta, i miei fratelli ci hanno concesso meno di un’ora!» La ragazza tornò in sé e corse nel folto del bosco a cercare i bucaneve. E ce n’erano in gran quantità! Ne raccolse un cestino intero e corse velocemente alla radura, dove ardeva il fuoco e sedevano i dodici fratelli. Ma non c’era più nessuno, e il chiarore della radura era dato dalla luna, arrivata a illuminare il bosco. 

La ragazza, dispiaciuta di non averli nemmeno potuti ringraziare, corse a casa, illuminata dalla luna. Appena  si chiuse la porta alle spalle, alle finestre riprese a sibilare la tempesta invernale e la luna si nascose dietro le nuvole.

«Ebbene» chiesero la matrigna e la sorella «sei già tornata a casa? E dove sono i bucaneve?». 

La ragazza svuotò sulla panca il grembiule pieno di bucaneve e ci mise accanto il cestino. La matrigna e la sorella esclamarono: «Dove li hai presi?!».

E la ragazza raccontò loro tutto quanto mentre la matrigna e la sorella ascoltavano scuotendo la testa, incredule. Poi chiesero: «E i mesi non ti hanno dato altro?».

«Perché avrebbero dovuto? Io non ho chiesto altro».

«Sei la solita stupida!» disse la sorella. «Hai incontrato tutti i dodici i mesi assieme e non sei riuscita a chiedere altro che dei bucaneve! Fossi stata io al tuo posto avrei certo saputo cosa chiedere. A uno mele e pere dolci, a un altro fragole mature, a un terzo funghi porcini, a un quarto cetrioli freschi!». 

«Figlia mia tu sì che sei furba!» disse la matrigna. «Fragole e pere in inverno non hanno prezzo, avremmo potuto venderle e guadagnarci una fortuna! E questa stupida è riuscita a cavare solo dei bucaneve! Vestiti con qualcosa di caldo, figlia, e vai alla radura. Non riusciranno ad abbindolarti, nonostante loro siano in dodici e tu da sola!».


La figlia, vestendosi poco e velocemente, corse subito verso il bosco, seguendo le tracce lasciate dalla sorellastra. All’improvviso in lontananza vide un fuocherello che sembrava una stella confusa tra i rami. Entrata nella radura, la figlia della matrigna, infreddolita, si avvicinò al fuoco, e senza chiedere permesso o salutare, si sedette scegliendo il posto migliore e più al caldo. Gennaio cominciò a battere a terra col bastone.

«Chi sei?» chiese. «Da dove vieni?».

«Da casa» rispose la figlia della matrigna. «Poco fa avete dato a mia sorella un intero cestino di bucaneve. Ecco, io sono arrivata qui seguendo le sue tracce».

«Tua sorella la conosciamo» disse il mese Gennaio «ma non abbiamo mai visto te. Qual buon vento ti porta?».

«Sono qui per i doni. Che Giugno mi riempia il cestino delle fragole più grandi! E che il mese Luglio mi dia cetrioli freschi e funghi porcini e Agosto mele e pere dolci. E da Settembre vorrei delle noci, e da ottobre…».

«Un momento» disse Gennaio. «Non può esserci l’estate prima della primavera e la primavera prima dell’inverno. Giugno è ancora lontano. Adesso sono io il signore del bosco e regnerò per trentun giorni».

«Come sei irascibile!» disse la figlia della matrigna. «Ma io non sono venuta per te, da te ci si può aspettare solo neve e gelo! Io ho bisogno dei mesi estivi». 

Gennaio si accigliò: «Che idiozia, cercare l’estate in inverno!».

Agitò la sua larga manica e nel bosco si alzò una bufera di neve che nascose alla vista gli alberi e la radura dove sedevano i dodici mesi. La figlia della matrigna si spaventò: «Basta!» gridò. «Smettila!».

La tempesta di neve era come un vortice che le riempì gli occhi e le tolse il fiato, facendola affondare in un cumulo di neve. La matrigna aspettava sua figlia, guardava dalla finestra, correva alla porta, ma niente, di lei nessuna traccia. Indossò qualcosa di caldo e si diresse verso il bosco. Ma non era certo possibile trovare qualcuno in una simile tempesta, nel fitto del bosco! Camminò a lungo, finché non si perdette. E così rimasero entrambe ad aspettare l’estate nel bosco.


La figliastra invece visse a lungo, diventò grande ed ebbe una bella vita. Dicono che avesse accanto a casa un giardino così favoloso che uno simile non si era mai visto al mondo. Era il primo giardino in cui sbocciavano i fiori, maturavano i frutti e la neve si scioglieva. «Quella donna ospita tutti e dodici i mesi insieme!» diceva la gente. E chi lo sa! Forse era proprio così! 

 

ASCOLTA ANCHE